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WhatsApp: la privacy sembra quasi un miraggio

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WhatsApp: la privacy sembra quasi un miraggio

Il 75% dei dipendenti usa WhatsApp o altre app di messaggistica e software di videoconferenza online per condividere dati sensibili, e il 71% di essi confessa di usare queste applicazioni per inviare informazioni critiche dell’azienda per cui lavora.

Ad evidenziarlo è uno studio di Veritas Technologies, azienda specializzata nella produzione di soluzioni tecnologiche per la protezione dei dati.

A completare il quadro è un sondaggio condotto da Federprivacy su un campione di circa mille professionisti e manager d’impresa italiani, dal quale è emerso che la metà degli intervistati (52%) utilizza - più o meno spesso - il proprio smartphone per fotografare documenti di lavoro riservati e spedirli tramite WhatsApp o un’altra app simile.

Peccato che circa uno su quattro di essi (24%) ammetta anche che ogni tanto sbaglia destinatario, e a preoccupare maggiormente è il fatto che tra le informazioni scambiate tramite queste applicazioni vi sono password aziendali, dettagli delle carte di credito, dati dei clienti, piani strategici, informazioni bancarie e salariali, e persino risultati dei test Covid-19 dei dipendenti con relativi dettagli medici.

I dati delle nostre conversazioni possono finire in mano all’FBI

La nota app di messaggistica non è proprio lo strumento migliore per scambiare informazioni confidenziali. Su WhatsApp le informazioni possono essere intercettate ogni 15 minuti rilevando quali utenti parlano tra loro, quando lo fanno e quali altri utenti hanno memorizzati nella loro rubrica.

Anche se i dati comunicati alle forze dell’ordine non corrisponderebbero al contenuto effettivo dei messaggi, che in linea di principio sono protetti dalla crittografia end-to-end, (non è però rassicurante il fatto che in una nota in calce del documento dell’FBI sia specificato che i contenuti dei messaggi sarebbero solo “limitati” e non esclusi), ad ogni modo da quanto emerge la riservatezza degli utenti non è così sicura come intenderebbe trasmettere lo slogan “La tua privacy è la nostra priorità, invia messaggi in tutta riservatezza” che capeggia nell’informativa dell’app di Meta, società americana che oltre a WhatsApp controlla anche Facebook e Instagram.

Policy e sanzioni

Secondo il sondaggio di Federprivacy, nel 60% delle imprese intervistate esiste già una policy che disciplina le app di messaggistica, e sono previste anche sanzioni disciplinari per chi infrange le regole, ma evidentemente le misure organizzative finora adottate non sono sufficienti ad arginare il problema. 
 

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